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L’ ASCOLTO ATTIVO

“Parlare è un mezzo per esprimere sé stessi agli altri, ascoltare è un mezzo per accogliere gli altri in sé stessi”

WEN TZU

Nel coaching l’ascolto fa parte delle competenze di base, la capacità di saper ascoltare in maniera attiva e potenziata è una condizione indispensabile e imprescindibile per ricoprire il ruolo di coach. L’attività di coaching si basa su un rapporto relazionale, ogni relazione, per poter essere tale, presuppone l’ascolto. Il coach ascolta per favorire la crescita e quindi lo sviluppo del coachee, per farlo deve essere assolutamente, presente, attento e focalizzato per cogliere il detto e il non detto, per leggere tra le righe di quanto ascolta, senza valutare, confrontare giudicare con quelle che sono o possono essere in quel momento le sue idee, i suoi convincimenti, le sue credenze. Ascoltare per comprendere, comprendere per aiutare, senza di questo non si instaura la vera relazione di coaching.  L’approccio di coaching esprime dei concetti utili a livello universale, applicabili su tutti i campi (personale, spirituale, manageriale, sportivo) tanto che a partire dagli anni ’80 questa tecnica si è estesa anche alle organizzazioni aziendali che si occupavano di business, inizialmente furono le multinazionali americane a far propria questa innovazione che poi vedrà diffondersi anche in Europa e nel resto del mondo. 

ASCOLTARE O SENTIRE?

Esiste una differenza sostanziale tra ascoltare e sentire. Questi due verbi non differiscono solo nel vocabolario della lingua italiana, ma anche nei modi. “io ascolto quello che mi viene detto, mentre sento la vita che procede intorno a me”: con questa frase potremmo siglare la differenza sostanziale tra i due verbi, ma c’è molto di più. Sentire è un atto involontario. Si sente quando l’udito è sensibile a ciò che viene pronunciato e ai rumori che ci circondano. Udire è un atto fisico. Ascoltare è un atto volontario. Si ascolta quando la mente è coinvolta per captare e capire le parole che ci vengono dette. Ascoltare è un’azione sia emotiva che intellettuale. Il nostro sistema uditivo entra in causa in entrambe le azioni, ma con una differenza: quando si sente è solo l’udito a essere coinvolto nel processo, mentre quando si ascolta sia l’udito che le funzioni cognitive vengono coinvolti nell’azione. Ascoltare significa prestare attenzione, pensare e ragionare, in poche parole ascoltare è un processo attivo. Sentire una voce non significa ascoltarla. Per farlo è necessario capire il tono con cui si esprime una persona, captare le differenze nella pronuncia, dare attenzione alle parole scelte per esprimere un concetto. Mentre sentire è piuttosto facile, ascoltare ed essere ascoltati è più complicato. Si possono sentire le voci, ma non sempre si riesce a capirle. Da qui nasce l’importanza attribuita al saper ascoltare, una qualità che tutti dovremmo sviluppare. Non ascoltare significa dare nessuna importanza a ciò che viene detto e non essere ascoltati può essere davvero frustrante. Non saper ascoltare porta a non capire ciò che ci viene detto e ciò comporta delle conseguenze, ci potrebbe portare a prendere decisioni sbagliate. La comunicazione è possibile quando c’è ascolto. In psicologia l’ascolto è uno strumento dei nostri cinque sensi per apprendere, conoscere il tempo e lo spazio che ci circonda e comunicare con noi stessi e il mondo circostante. L’ascolto è un processo psicologico e fisico del nostro corpo per comunicare ai nostri neuroni, al cervello che li traduce in emozione e nozioni. Ascoltare gli altri veramente non è un atto passivo: tutta la persona è coinvolta. Quante volte ci è capitato di iniziare una conversazione ed ascoltare attentamente ogni parola, ma poi, senza accorgercene, ci distraiamo, e invece di ascoltare il problema pensiamo alle nostre vicende personali o lavorative. Sentiamo le parole ma non ascoltiamo davvero. Succede a tutti. Il perché è da attribuire alla diversa velocità con cui la nostra mente pensa e parla. Il pensiero e le idee sono molto più veloci del parlato. Quando qualcuno ci parla, la nostra mente tende a proiettarsi in avanti e a completare le sue frasi, a volte correttamente, altre volte in modo diverso da ciò che intende dire chi sta parlando. Così ascoltiamo ciò che ci dice la nostra mente, non quello che alla fine viene effettivamente detto. Assumere questi processi fa parte della natura dell’uomo, ma questo non deve giustificarci dall’essere dei cattivi ascoltatori.

LIVELLI DI ASCOLTO

L’ascolto è percezione, è tutto quello che entra in noi e a cui cui noi attribuiamo un significato. L’ascolto è qualcosa che va ben oltre il semplice suono delle parole. Se impariamo ad ascoltare attivamente possiamo arrivare a capire di una persona, anche più di quanto essa stessa sappia di sé, in quanto l’ascolto, se praticato dall’esterno, riesce a cogliere elementi che una persona vive costantemente, ma di cui non è consapevole. Per riuscire a fare questo è necessario imparare a sviluppare e allenare la nostra capacità di osservazione, significa sviluppare l’ascolto non verbale o ascolto oltre le parole ossia la capacità di cogliere segnali diversi dal linguaggio verbale: gesti, movimenti, espressioni, cenni, significa davvero riuscire a “leggere la gente”, come si dice in gergo. Questa qualità può essere allenata, può svilupparsi e migliorare con la pratica e il tempo.  Nonostante appaia molto evidente l’importanza dell’ascolto in una conversazione, in un dialogo o in un rapporto, nella maggior parte dei casi risulta essere del tutto trascurata. È possibile individuare diversi tipi di ascolto e ciò significa che l’ascolto può avere vari livelli di profondità e, di conseguenza, varie qualità a seconda di quanto le parti entrino in connessione e quanto riescano a condividere e a trasmettere. Ciò per ribadire il concetto che l’ascolto è un’attività vera e propria. 

A tal proposito, facciamo riferimento al lavoro di Madelyn Burley-Allen, fondatrice e presidente del Dynamics of Human Behavior, (ha diretto oltre 200 seminari sulla “supervisione assertiva” per aziende e organizzazioni pubbliche) che ha classificato tre tipi di ascolto:

1. Ascolto Empatico: l’ascolto con il cuore, con la capacità di mettersi al posto di chi parla, di evitare ogni tipo di giudizio, di ascoltare in modo attento non solo tutte le parole pronunciate ma anche prestando attenzione al linguaggio del corpo.

2.  Ascolto Cognitivo: si sentono le parole, ma senza ascoltare veramente. Si usa la logica nell’ascoltare l’altra persona, interessandosi di più al contenuto che ai sentimenti con cui vengono esposti.

3. Ascolto Passivo: ascolto distratto, assente, interrotto.

Molto interessante è anche la classificazione che Daniele Trevisani, formatore aziendale che si occupa di Coaching e Team leadership, fa degli stadi della qualità dell’ascolto. Proponiamo di seguito il modello da lui creato, chiamato la scala dei livelli di ascolto”.

Possiamo notare come negli stadi con bassa qualità di ascolto ci sia sempre la scarsa attenzione, la scarsa concentrazione, un parziale disinteresse o attività, interne o esterne, che interferiscono. Gli stadi qualitativamente superiori di ascolto sono caratterizzati, invece, da un interesse e una partecipazione sempre crescente da parte dell’ascoltatore, che arriva ad offrire la sua vicinanza emotiva e fisica. Possiamo dire, dunque, che dietro un ottimo modo di ascoltare c’è la capacità di ascoltare e di vedere oltre le parole, c’è la capacità di mettere in gioco tutta la propria capacità percettiva per riuscire a entrare in connessione con il nostro interlocutore. Chi ascolta davvero può riuscire a capire in gran parte la personalità di chi ha davanti. 

È opportuno precisare, a questo punto, che le emozioni giocano un ruolo molto importante nella comunicazione. Quando due interlocutori entrano in contatto, anche le loro rispettive emozioni entrano in gioco, tali emozioni sono delle vere e proprie vibrazioni che interagiscono tra loro, incontrandosi, scambiandosi, comunicando. Questo concetto è spiegato dalla fisica nel modello di interferenza tra due fonti singolari ed è di facile intuizione osservando il grafico.

“modello di interferenza tra due fonti”

È bene chiarire gli aspetti da tener presente se si vuole stabilire un ascolto empatico. Innanzitutto bisogna riconoscere che tipo di emozioni mi giungono durante l’ascolto (la natura delle emozioni); quante emozioni riesco a riconoscere (la molteplicità delle emozioni); quanto sono forti le emozioni che sento nell’altro, se le ritengo centrali, intermedie o periferiche (la forza delle emozioni) e che cosa potrebbe essere la ragione dello stato emotivo che sento nell’altro, che cos’è che muove quelle emozioni nell’altro (l’origine delle emozioni).

Giunti alla fine del nostro approfondimento, possiamo dire che è necessario allenarsi all’ascolto, in quanto si tratta di un’abilità che può essere migliorata e resa propria, applicabile a qualsiasi sfera della vita umana. Attraverso un ascolto potenziato e attivo possiamo arricchirci, sostenere gli altri e trovare maggiori soluzioni. Comprendere quanto le emozioni siano importanti nelle relazioni con gli altri ci predispone a un ascolto più autentico e professionale. Ascoltare rappresenta la base della comunicazione, per il coach è la prima cosa su cui esercitarsi per imparare a comunicare, ricordando che non si può riuscire ad ascoltare gli altri se prima non si impara ad ascoltare realmente se stessi.

Di vincenzo colaguori

Vincenzo Colaguori, Coach professionista, vive e lavora a Roma. I suoi successi nel tennis lo portano ad entrare nel Centro Tecnico Federale Italiano. Si iscrive alla Facoltà di Scienze Motorie e partecipa al “Master Internazionale in Strategia e Pianificazione delle Organizzazioni, degli Eventi e degli Impianti Sportivi”.
Il tennis diventa la sua professione presso uno dei Circoli più prestigiosi d’Italia. Qualificato come Maestro Nazionale della Federazione Italiana Tennis, dal 2004 è allenatore, coordinatore e responsabile del settore tennis agonistico.
La sua lunga esperienza lavorativa si è sempre basata sulla relazione e sul contatto personale, il suo ruolo di allenatore lo ha portato sempre a chiedersi quale fosse il metodo giusto per poter tirar fuori il meglio dai suoi allievi e per poterne migliorare le performances. Ha sviluppato una grande capacità di ascolto e di empatia, ha approfondito ed esercitato l’approccio del Coaching e ha verificato, nello sport ma non solo, quanto esso sia utile per risvegliare in maniera costruttiva il potenziale presente dentro ognuno di noi e quanto renda più chiara la possibilità di raggiungere efficacemente determinati e specifici obiettivi.

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